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VITA AVVENTUROSA DI UN VIAGGIATORE ALLA SCOPERTA DEGLI ALTRI


Maurizio Leigheb nasce a Novara nel 1941, terzo di cinque figli, in una famiglia della media borghesia, di antica origine austriaca (come denota il cognome). Il padre è uno stimato medico, trasferitosi come primario nella città piemontese dopo la laurea e la docenza all’Università di Genova.
Spirito eclettico, critico e anticonformista, durante l’adolescenza manifesta una certa insofferenza per i metodi accademici di insegnamento e, dopo aver concluso le medie superiori, seguendo una naturale inclinazione, si dedica per vari anni alla pittura. Frequenta per qualche tempo i corsi di Brera e lo studio privato di due noti artisti a Milano, Luigi Bartolini, litografo e incisore, e Filippo Usellini, pittore. Si iscrive ad un corso di giornalismo e ad un altro di psicometria, presso l’Università Cattolica, specializzandosi nell’applicazione di test mentali (professione che però non eserciterà mai).
Intanto, poco più che ventenne, ha effettuato i primi viaggi all’estero e pubblicato i primi servizi foto - giornalistici su alcune testate nazionali, che gli consentono di iscriversi all’Ordine dei Giornalisti. Da quel momento lascia i test e la pittura per dedicarsi all’attività di viaggiatore, giornalista, fotoreporter e successivamente anche di scrittore e documentarista.
Inizia a viaggiare nei paesi del Terzo Mondo, in vari continenti, soprattutto per raccogliere materiale fotografico documentario per alcune collane editoriali di successo, come “Il Milione”, l’enciclopedia di tutti i paesi del mondo, edita dall’Istituto Geografico De Agostini, e per le prime riviste di viaggio e turismo apparse in Italia.


Come narra nel suo primo libro autobiografico (“Caccia all’uomo”, Sugar, Milano, 1973 e Longanesi, 1976), all’inizio questi itinerari soddisfano un desiderio di evasione, ma rappresentano anche l’occasione per fare (negli anni ‘60) le prime interessanti esperienze all’estero, il banco di prova del carattere e dell’autonomia psicologica necessari per compiere viaggi solitari più impegnativi, della durata di vari mesi, e successive spedizioni in regioni di difficile accesso o ancora inesplorate, ricorrendo a ogni mezzo di trasporto e percorrendo lunghe distanze a piedi, per approfondire il già vivo interesse per l’uomo, per le diverse popolazioni, civiltà e culture, documentare e fissare nel tempo le immagini e le esperienze vissute, col costante impegno di ricercatore che non si appaga del già letto, del già ascoltato e del già visto.
La progressiva conoscenza della letteratura etno - antropologica, ma anche delle condizioni di vita e dei soprusi che molte popolazioni indigene devono subire in varie parti del mondo, lo portano a schierarsi in difesa dei loro diritti e a denunciare (senza trincerarsi dietro un’astratta e comoda distinzione tra scienza e politica) ogni tipo di abuso e di violenza commessi a loro danno.
Nel 1967 compie il primo viaggio per scopi di documentazione etnologica, tra le popolazioni sud - mongoliche dei monti dell’Assam e della Nefa (oggi Arunachal Pradesh, India), studiate da Furer-Haimendorf, vivendo tra i Garo, i Mikir, i Lushai e gli Apatani per alcuni mesi.
L’anno successivo parte per l’Africa, dove visita per quattro mesi, otto stati: Mali, Alto Volta (oggi Burkina Faso) Niger, Benin, Nigeria, Ciad, Camerun e Repubblica Centroafricana, avvicinando numerosi popoli e documentandone la vita economica, sociale e religiosa, per varie collane editoriali e note riviste. Un itinerario di oltre 6000 km. percorsi unicamente con mezzi di trasporto locali, convivendo con la gente del posto, allo scopo di sperimentare le condizioni di vita africane dopo la conquista dell’indipendenza.
In Africa conosce il noto archeologo William Fagg, scopritore di antiche culture nigeriane, e Madame G. Dieterlen, studiosa dei Dogon, allieva di Marcel Griaule; in seguito scrive vari articoli sulle culture e sull’arte sudanesi.
Nel 1969 inizia a visitare le isole dell’arcipelago indonesiano che percorrerà, esplorerà, fotograferà e filmerà per oltre venticinque anni, avvicinando numerosi gruppi etnici. Con imbarcazioni di fortuna raggiunge l’isola di Nias, i “primitivi” delle isole Mentawai, i Dayak del Kalimantan (Borneo), gli Aceh, i Minangkabau, i Batak e i Lampung di Sumatra, i Toragia di Sulawesi (Celebes) e vari popoli di Sumbawa e Timor, molto tempo prima che diventino mete dei viaggi organizzati dalle agenzie turistiche.
Il materiale raccolto in anni di lavoro, dopo esperienze dirette e ricerche bibliografiche sulle popolazioni indonesiane, viene in parte pubblicato nel volume illustrato “Indonesia e Filippine” (De Agostini, 1976 e 1981), prima opera in lingua italiana sulle etnie e culture di quei paesi, facente parte della collana “Popoli nel Mondo”, progettata da Leigheb per l’Istituto Geografico De Agostini e tradotta in varie lingue.
Oltre a pubblicare numerosi reportage di viaggio su noti periodici illustrati, italiani e stranieri, realizza per la Fininvest (oggi Mediaset) vari documentari sui popoli del Borneo, di Sulawesi, di Giava e di Sumba, più volte trasmessi dalle reti televisive del Gruppo.
A partire dal 1970, si rivolge anche al Sudamerica, dove visita le colonie dei Mennoniti del Gran Chaco e organizza un’avventurosa spedizione (narrata in un suo libro) tra gli indios seminomadi Ayoréos (detti “Moros”), che vivono come animali braccati nel Chaco paraguayano. In Paraguay avvicina anche gli indios Toba, Guanà, Chamacoco ecc. ponendosi sulle tracce di Guido Boggiani (1861-1901), uno dei più interessanti pionieri della ricerca etnologica in Sudamerica. Al quel suo conterraneo Maurizio Leigheb dedica anni di appassionate ricerche, rivalutandone e facendone riscoprire la figura di statura internazionale.
In un archivio privato di Praga scopre il manoscritto inedito della sua opera monografica più nota “Viaggi di un artista nell’America Meridionale. I Caduvei (Mbayà o Guaycurù)” e compie la prima ricerca sistematica sulle sue collezioni etnografiche, circa 5000 oggetti sparsi in vari musei europei (a Roma, Firenze, Vienna, Londra, Praga, Berlino ecc.), dando in tal modo, un prezioso contributo all’americanistica.
I risultati di questi studi e ricerche sono presentati a Novara nel 1985 nella Mostra e nel Convegno Internazionale di studi “Guido Boggiani, pittore ed etnografo novarese. La vita, i viaggi e le opere”, nella successiva monografia illustrata, edita dalla Regione Piemonte (1986), negli “Atti del Convegno” (1992), in un video di 30 minuti per le scuole, frutto di nuove informazioni e viaggi tra gli Indios Kadiwéu del Mato Grosso (realizzato per la Provincia di Novara e il Museo Nazionale “Luigi Pigorini” di Roma) e nell’opera dal titolo: ”Lo sguardo del viaggiatore. Vita e opere di Guido Boggiani” (Ed. Interlinea, Novara 1997), che raccoglie tutti i saggi e articoli scritti da Leigheb sul pittore ed etnologo omegnese.
Nel 1970 compie il suo più lungo viaggio solitario (oltre otto mesi) negli arcipelaghi del Sud - Est Asiatico, spingendosi per la prima volta, sino nella Nuova Guinea indonesiana (Irian Jaya). A Mindanao, nel sud delle Filippine, viene aggredito e picchiato dai musulmani “Moros” di un villaggio che non accettano il prezzo precedentemente pattuito per scattare delle fotografie, ma riesce fortunosamente a mettersi in salvo con l’aiuto di un accompagnatore locale.
Nelle isole Sulu (tra il Borneo e Mindanao) documenta la vita dei Bagiao, i nomadi del mare, e casi di pirateria dei temuti Taosug, che infestano quelle acque( armati dalla longa manus di Gheddafi e da militari e contrabbandieri vietnamiti), entrati poi, in buona parte, nelle file dei terroristi islamici di Abu Sayaf.


Raggiunta la Nuova Guinea indonesiana (in quegli anni spingersi all’interno dell’isola era ancora una vera impresa), s’interessa alla sorte del giovane antropologo Michael Rockefeller, rampollo della famosa famiglia americana, naufragato al largo della costa sud occidentale, nel Mare degli Arafura, e scomparso in circostanze misteriose. Nel villaggio di Otjanep rintraccia Ari, il capo indigeno sospettato di aver fatto parte (quando aveva circa vent’anni) del gruppo degli assalitori che forse uccisero e mangiarono Rockefeller allorchè, esausto, riuscì a raggiungere a nuoto la riva. Il giovane sarebbe stato trucidato dai cacciatori di teste Asmat della regione costiera sud - occidentale, per vendicare una rappresaglia compiuta dai soldati olandesi intervenuti pesantemente con le armi per punire i colpevoli di una feroce faida tra villaggi rivali.
La notizia, pubblicata in un servizio del settimanale “Oggi” (con cui Leigheb collaborerà anche negli anni successivi), ripresa da vari periodici illustrati stranieri, rimbalza anche sui giornali americani.
Sui monti dell’interno avvicina i Dani Dusum e Kurelu della Grande Valle del fiume Baliem cui gli antropologi Karl Heider e Robert Gardner hanno dedicato, solo qualche anno prima, alcune monografie etnologiche e cinematografiche. Abbandonato dalle sue guide indigene, si spinge a piedi nel territorio degli Yali (che praticano l’antropofagia) dell’alta valle del Seng (Jayawijaya), solo pochi mesi dopo che hanno ucciso e divorato due missionari protestanti, l’americano Philips Masters e l’australiano Stanley Dale. La cronaca di questa esperienza, trasmessa dalla televisione, ripresa dalla stampa nazionale e internazionale e narrata nel suo primo, fortunato libro “Caccia all’uomo”, è all’origine della sua notorietà.
Quindici anni dopo (1986) torna negli stessi luoghi per ricostruire, in un documentario, la dinamica di quei drammatici avvenimenti. Intervista la vedova di Masters sulla tragica fine del marito, rintraccia e filma vari indigeni che parteciparono al macabro banchetto.
Senza sottovalutare la portata pubblicitaria di simili episodi, di cui parlano i giornali e le televisioni, come è nella sua natura, Leigheb non cerca solo superficiali sensazionalismi e scoop, e nei viaggi successivi, tra i Pigmei Papua delle montagne e tra le popolazioni del bassopiano come i Kombai e i Korowai (che costruiscono le loro abitazioni sugli alberi), considerati gli ultimi cannibali dell’Irian Jaya, approfondisce il tema dell’antropofagia, un fenomeno di cui molto si parla, ma che resta in realtà ancora poco conosciuto, perché pochi sono gli antropologi che hanno potuto studiarlo prima che i missionari e i governi coloniali lo proibissero.
A questo scopo compie una lunga indagine, intervistando alcuni dei massimi esperti in materia, avvicinando missionari che sono stati testimoni di atti di cannibalismo e vari indigeni ancora viventi che hanno mangiato carne umana, sfatando molte leggende e raccogliendo rare testimonianze su episodi di cannibalismo accaduti negli ultimi quarant’anni.
Risultato di tanti sforzi ed esperienze temerarie, oltre che di letture e di ricerche, è il lungometraggio “UOMO MANGIA UOMO. INDAGINE SUL CANNIBALISMO (DALLA PREISTORIA AI GIORNI NOSTRI” trasmesso dalla televisione e commercializzato in video dalla Mondadori: un lavoro unico nel suo genere, girato col cineasta americano Bob Schaeffer e altri collaboratori, tra gli Yali, i Kirikiri, gli Asmat e i Korowai dell’Irian Jaya, i Kukukuku (Anga) e i Forè della Papua Nuova Guinea (Eastern Highlands), tristemente noti in Europa, per gli effetti provocati, tra loro, dall’usanza di mangiare il cervello dei propri defunti (la cosiddetta malattia del “Kuru”, scientificamente nota col nome di encefalite spongiforme o “sindrome di Creutzfeldt-Jacob”).
Nel frattempo (1971) Leigheb visita in Iraq le tribù seminomadi delle grandi paludi, i Madan ed i Bani Assad, tra il Tigri e l’Eufrate, prima della loro confluenza nello Shatt - al - arab (su cui poi si è abbattuta la violenza di Saddam Hussein); visita inoltre i Curdi iracheni (conoscendo e fotografando il leggendario leader Mustafà Barzani) e la setta yezida del Djebel Singiar, i cui adepti sono chiamati “adoratori del diavolo”, perché venerano Lucifero, “l’angelo decaduto”.
Nel 1972 torna in Sudamerica per quattro mesi, iniziando una serie di viaggi e spedizioni (17 in oltre vent’anni) nell’Amazzonia brasiliana e in alcuni paesi e aree confinanti, alla ricerca delle popolazioni indigene meno conosciute, realizzando numerosi servizi foto - giornalistici, pubblicati in Italia e all’estero, e un ciclo di documentari di grande attualità sullo sfruttamento delle risorse naturali (minerarie, forestali e idroelettriche) dell’Amazzonia, col suo devastante impatto sull’uomo e l’ambiente, sulle cause dell’estinzione degli Indios e sul loro imprevisto aumento demografico, in seguito alle misure protettive adottate dal governo negli ultimi anni (“MATIS, ILLUSIONE DI UN EDEN” (1987); “XIKRIN, IL RITO, LA PITTURA, LA DANZA” (1987); “IL FIUME IGNOTO” (1987); “L’ELDORADO PERDUTO” (1989); “AMAZZONIA: EMERGENZA UOMO” (1992); “IL MOGANO DEGLI INDIOS” (1994) ecc.).
Questi lavori, realizzati per le reti Fininvest, vengono venduti, trasmessi e citati in varie opere anche all’estero e in parte commercializzati in home - video, come il ciclo “AMAZZONIA”, in cinque cassette, realizzato con la collaborazione di Adriano Zecca, edito dalla ViviVideo (Rizzoli). Alcuni di essi propongono immagini e sequenze indimenticabili, come quelle sui “garimpeiros” nell’inferno di Serra Pelada, uomini - formiche, sporchi di fango, che si calano nella grande miniera dell’Amazzonia simile a una bolgia dantesca o degli uomini - giaguaro (i Matìs), un centinaio di indios sopravvissuti nella foresta del Rio Itui, al confine col Perù, che portano infilati nel naso sottili ornamenti, simili ad aghi, che li fanno assomigliare al più grande felino sudamericano, venerato e temuto da varie tribù.
Leigheb ottiene dalle autorità militari il permesso necessario per entrare nel bacino dell’alto Rio Xingu, dove vivono vari gruppi indigeni e conosce i fratelli Claudio e Orlando Villas Boas, famosi esploratori e “pacificatori” di indios, con cui convive per qualche tempo. Visita le etnie Yaualapiti, Trumai, Chikon, Kamaiurà, Waurà, Kuikùro, Txukarramàe e Suyà ed effettua una serie di ricognizioni in aereo e in elicottero lungo le grandi strade transamazzoniche, nei territori dell’Amazonas, Roraima, Rondonia, Acre, Parà e Amapà, documentandone l’impatto sull’ambiente e sulle popolazioni indigene.
Al ritorno dal primo lungo viaggio nell’Amazzonia brasiliana, pubblica “L’indio muore: origine, vita e destino degli indios” (Sugarco, Milano, 1977), primo saggio apparso in Italia sulla cultura e le cause dell’estinzione degli indios brasiliani, in un’epoca in cui non era ancora di moda difendere l’Amazzonia e i suoi abitanti, per ragioni oltre tutto non sempre disinteressate e trasparenti.
Nel 1974 intraprende il primo viaggio in Giappone della durata di circa tre mesi, visita tutte le principali isole, per raccogliere documentazione sulle feste tradizionali religiose e su vari aspetti della vita e della cultura giapponesi. Nel 1975 è in Islanda per realizzare reportages di viaggio, nel 1976 effettua un viaggio di cinque mesi nei paesi della penisola arabica: Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Yemen ed Oman, con puntate in elicottero in regioni isolate, chiuse al turismo.
Nello stesso anno prosegue per il Giappone (secondo viaggio), e per gli arcipelaghi micronesiani e melanesiani, per le isole Palau, Marianne, Caroline, Figi, per la Nuova Caledonia, le Nuove Ebridi (oggi Rep. Di Vanuatu), le Salomone, l'Australia e la Nuova Zelanda, con puntate a Yap (Caroline), a Malayta (Salomone), ad Ambrym, Pentecoste, Malekula (Nuove Ebridi). Nella Papua Nuova Guinea raggiunge varie altre popolazioni “primitive” della Terra, tra le più interessanti, allo scopo di raccogliere testimonianze e altro materiale documentario su aspetti della loro vita economica, sociale e religiosa e sugli ultimi esempi di produzione artistica melanesiana, prima che gli influssi della civiltà occidentale ne causino la deculturazione e scomparsa.

Nel 1977 è tra i Berberi del Rif e dell’Atlante marocchino, l’anno seguente torna in Argentina a scopo foto - giornalistico, con particolare riguardo alle tradizioni indigene e popolari. Nel 1982 viaggia nell’India nordoccidentale per realizzare una serie di reportages sulle città del Thar e sulle popolazioni del Rajasthan Nel 1983 è nella bassa Nubia (Egitto) e a varie riprese documenta le tradizioni popolari delle Alpi Occidentali.
Nel 1986 compie la seconda spedizione (Progetto Irian 86’) nella Nuova Guinea, comprendente un ritorno tra i Dani della Grande Valle del Baliem; una spedizione tra gli Yali della Valle del Seng (Jayawijaya); una spedizione tra i Pigmei della valle dell’Eipomek; una spedizione tra gli Asmat della regione costiera sud – occidentale e una spedizione tra i Citak e Bras, seminomadi arboricoli dell’alto corso del Brazza.
Nel 1987 in Brasile risale il corso del Rio Tapauà, il “fiume ignoto”, (affluente di sinistra del Purus), il cui bacino idrografico, nascosto in gran parte dalla vegetazione equatoriale, è stato appena scoperto con speciali rilevamenti radar durante il “Progetto Radam - Brasil”, e va alla ricerca degli ultimi gruppi di indigeni non contattati, a bordo del battello Kukaran, con indigenisti e personale della FUNAI. Un’altra spedizione, tra i Marubo e i Matìs, 109 indios sopravvissuti nel bacino del Rio Itui, chiamati “uomini- giaguaro”, gli consente di raccogliere la prima documentazione cinematografica su alcuni aspetti della loro vita economica, sociale e religiosa. Compie anche una spedizione a dorso di mulo tra i Kalunga, discendenti degli schiavi negri rifugiatisi nella Serra da Contenda, nell’interno della “caatinga” del Goias (Brasile), dove mantengono antiche abitudini di vita e celebrano feste religiose di origine africana. Scoperti dall’antropologa Mary Baiocchi (di origine italiana), temono che le acque di una grande diga progettata dal governo sommergano per sempre gran parte del loro territorio. In Brasile è tra i primi stranieri a visitare la famosa “Serra Pelada”, l’infernale miniera d’oro del Parà, per raccogliere materiale documentario sul fenomeno dei “garimpeiros”, per il lungometraggio “L’Eldorado perduto” (1989). Infine compie una spedizione tra gli Indios Xikrin del Rio Catété (Amazzonia orientale), documentando varie fasi dei rituali e delle pratiche collettive di pittura corporale.
Maurizio Leigheb compie anche indagini televisive sul fenomeno delle sette mistiche ed esoteriche che proliferano in Brasile, sulle adozioni illegali, sul traffico di bambini verso l’Europa, Israele e Stati Uniti, sullo sterminio dei bambini di strada e sulla prostituzione e schiavitù minorili all’interno dell’Amazzonia (“MORIRE PER STRADA: BAMBINI IN BRASILE” e “AMAZZONIA, IL MERCATO DELLE BAMBINE”, 1992), filmati realizzati per la trasmissione “Scanner” (Mixer) della RAI.
Se è vero che con l’andar del tempo e l’affinarsi degli interessi, con i suoi viaggi e ricerche desidera soprattutto approfondire la conoscenza ed arricchire la documentazione sui popoli e le culture di tre aree geografiche: l’Amazzonia, l’arcipelago indonesiano e la Nuova Guinea, in realtà Leigheb visita a fondo molti altri Paesi extraeuropei nei vari continenti (in tutto più di novanta), tra cui tutti gli stati della penisola arabica, l’Iran, l’Afghanistan, il Pakistan, l’India, la Thailandia, la Malaysia, il Giappone, l’Australia, la Nuova Zelanda e gli arcipelaghi micronesiani e melanesiani.
Nel 1988 ritorna tra i Toragia di Sulawesi per realizzare un documentario per la televisione (“TRA I VIVI E I MORTI DI SULAWESI”, 1988); va a Sumba per documentare il “pasola”, combattimento equestre tra gli abitanti della regione occidentale dell’isola (“I CAVALIERI DI SUMBA”, 1988); compie una spedizione tra i Punàn e tra i Kelabyt del Sarawak; infine intraprende il secondo viaggio tra gli Iban e i Kenya dell’alto Rejang.
Nel 1989, durante una spedizione tra gli Yanomami dell’alto Rio Orinoco (Venezuela) rintraccia e intervista per un documentario Heléna Valero, la donna rapita dagli indios in territorio brasiliano all’età di tredici anni, diventata, suo malgrado, un vero “caso antropologico”.
Dopo ben ventiquattro anni trascorsi nella foresta amazzonica, prigioniera degli Yanomami, affrontando incredibili sofferenze e avendo quattro figli da due diversi capi - tribù, con l’aiuto del suo ultimo compagno è riuscita a fuggire in una missione cattolica venezuelana, fornendoci, coi suoi racconti, un eccezionale spaccato di vita indigena. Ma ripudiata dai fratelli e dagli altri familiari, cioè dalla civiltà dei bianchi da cui proveniva, ha deciso di tornare a vivere tra i “suoi” Yanomami, per concludervi, ormai vecchia e quasi cieca, l’emblematica parabola della sua esistenza ("NAPEYOMA, UNA DONNA RAPITA DAGLI INDIOS”, 1988). La Valero é morta in un villaggio yanomami sul Rio Ocamo 14 anni dopo la registrazione di questo eccezionale documento, nel gennaio del 2002.
Durante il viaggio tra gli indios Xikrin del Rio Catété (un gruppo di Kaiapo, i Metuktire, che conservano l’antica arte di adornarsi e dipingersi il corpo per ragioni estetiche, sociali e religiose, comunicando attraverso un vero linguaggio visuale i valori, le regole e i significati simbolici della cultura tradizionale e rafforzando così l’identità etnica), conosce Sydney Possuelo, l’ultimo grande “sertanista” brasiliano (ovvero specialista del “sertao”, della selva e dei suoi abitanti), con cui stringe una profonda amicizia e compie varie spedizioni tra gruppi di indigeni poco conosciuti dell’Amazzonia: gli indios isolati del bacino del Rio Xingu, gli Arara del Rio Iriri e i Parakanà dell’ Igarapé Bom Jardin.
Leigheb invita Possuelo in Italia a tenere una serie di conferenze in varie città (Novara, Alessandria, Milano, Venezia e Roma) e a partecipare a trasmissioni televisive della RAI e di Mediaset. Gira due documentari sulla sua vita e sulle sue imprese (“SYDNEY POSSUELO: UNA VITA PER GLI INDIOS”, 1989 e "SYDNEY POSSUELO, IL DIFENSIORE DEGLI INDIOS", 1999), sugli estenuanti e pericolosi tentativi, durati talvolta anche più di quindici anni, per cercare di stabilire pacifici contatti con varie popolazioni minacciate d’estinzione o rintracciare i superstiti di tribù disperse in varie zone del Brasile.
Il sodalizio con Possuelo, per vari anni responsabile del “Dipartimento degli indios isolati” della FUNAI (“Fondazione Nazionale dell’Indio”), di cui è stato anche presidente, riuscendo a far demarcare le terre degli Yanomami), e i rapporti coi più noti etnologi brasiliani (Ribeiro, Melatti, Shaden, Vidal ecc.) gli consentono di approfondire la conoscenza delle etnie amazzoniche, aggiornando continuamente i dati sui gruppi isolati o non identificati, cioè ancora sconosciuti dell’Amazzonia, e di realizzare vari lavori sulla loro tutela, compreso un documentario sugli ultimi indios isolati, del bacino del Javari (Korubo) e dell’alto Rio Envira, affluente del Jurua, (Masko ecc.) che si oppongono ancora con le armi (archi, frecce, clave di legno) a qualsiasi tentativo di invasione delle loro terre: ”LE ULTIME FRONTIERE DELL'ESPLORAZIONE” (1992).
Per l'esperienza acquisita sul campo, nel novembre 2005 é invitato, come delegato italiano, a partecipare al "1° Convegno Internazionale sugli Indios Isolati dell'Amazzonia", che si svolge a Belem, con la partecipazione di studiosi, esperti e rappresentanti governativi provenienti da tutto il mondo.

Nel 1990 compie una spedizione nel Borneo tra i Punàn, nomadi della giungla dell’alto Bàram, e tra i raccoglitori di nidi di rondine della regione.
Poi visita i Tengger del vulcano Bromo (Giava). Nel 1991 inizia la terza spedizione in Irian Jaya (Nuova Guinea Indonesiana): con l’appoggio della MAF (Mission Aviation Fellowship) e di alcuni studiosi del Summer Institute of Linguistics (SIL), riesce a penetrare nella Meervlakte, la “Pianura dei Laghi”, nell’alto bacino del Mamberamo (il più grande fiume dell’Irian), considerata una delle ultime regioni inesplorate della Terra e chiusa agli stranieri, dove contatta e filma per la prima volta i Kirikiri e i Fayu del fiume Fou, circa 250 indigeni seminomadi, in guerra con le tribù vicine, che parlano una lingua sconosciuta.
Visita in seguito i Dani orientali, dopo il devastante terremoto dell’agosto ‘90, incontrando l’antropologo Myron Bromley, e compie una spedizione tra i Korowai, seminomadi arboricoli dell’alto Ndeiram Kabur, gli ultimi cannibali della terra, che vivono nelle foreste pluviali a sud della catena centrale.


 Il lungo e impegnativo ciclo di spedizioni e ricerche nella Nuova Guinea occidentale (dal 1971 al 1994), si conclude, dopo un soggiorno di studio in Olanda per raccogliere materiale bibliografico e avvicinare alcuni dei maggiori specialisti in materia (antropologi ed etno - linguisti), con la pubblicazione di “Irian Jaya, l’ultima terra ignota. Popoli e culture della Nuova Guinea indonesiana” (Editoriale Giorgio Mondadori, Milano, 1995), il primo volume illustrato completo sulle etnie di quella provincia. Un importante lavoro che unisce alla “scoperta” iconografica di quelle popolazioni “primitive” un’attenta opera di divulgazione delle più attuali ricerche etnologiche compiute nel territorio, con documentazione in gran parte inedita, l’elaborazione di mappe etno - linguistiche e un’aggiornata bibliografia. Un’opera unica, che si avvale della presentazione di Irenaus Eibl-Eibesfeldt, il maggior etologo vivente, collaboratore ed erede scientifico di Konrad Lorenz. Un’opera che qualifica Leigheb come uno dei pochissimi studiosi italiani che possono interloquire, su questo argomento, coi massimi esperti internazionali.
Nel 1991 compie anche una spedizione tra gli indios Zoè, etnia tupì dal nome allora sconosciuto, del Rio Cuminapanèma (Amazzonia settentrionale) e visita gli Yanomami dei fiumi Demini e Catrimani (Amazonas) per realizzare un’inchiesta sulla demarcazione delle terre indigene.
Nel 1994 intraprende la quarta spedizione nella Nuova Guinea Indonesiana (Irian Jaya), rivisita i Dani, i Lani e gli Yali (questa volta della regione di Angguruk), raggiunge le vallate dei “Pigmei” Una, gli ultimi fabbricanti di asce di pietra, allo scopo di girare un video sulla sopravvivenza di tecnologie neolitiche.
Nel novembre del 1996 ritorna tra i Dani, gli Yali, i Lani, i Mek e gli Asmat, alla luce di nuovi avvenimenti che stanno trasformando le condizioni di vita e la cultura di queste popolazioni, come la costruzione della Trans - Irian Highway, la grande strada che unisce il capoluogo Jayapura, al nord, con Merauke, al sud, attraversando imponenti montagne e foreste pluviali e collegandosi con Wamena, il principale centro amministrativo sugli altipiani centrali. Leigheb gira la serie dei cortometraggi per la RAI: “DANI, DALL'ETA' DELLA PIETRA AL 2000”; “LA SORGENTE DELLE ASCE DI PIETRA”, “YALIMO’, LA TERRA DEGLI YALI ”; ”LANI, LA GENTE SENZA TERRA”; “ASMAT, ARTISTI NELLA GIUNGLA”; “EIPO, I PIGMEI DELLE MONTAGNE”; “UNA STRADA MINACCIA L'ULTIMO EDEN” sulle conseguenze che comporta la costruzione della Trans - Irian Highway.
Nel dicembre 1997 si sposta nel deserto della Dancalia (Etiopia), tra i nomadi Afar, al seguito della “Dancalia Expedition”, organizzata dall’Associazione Argonauti Explorers con vulcanologi e geofisici del CNR e di varie Università italiane (Pisa, Catania ecc.) con vari mezzi fuoristrada, guide locali e dromedari sino all’area del vulcano Erta Ale e ritorno, ripercorrendo l’itinerario di Ludovico Nesbitt, il primo esploratore che nel 1928 riuscì ad attraversare indenne il deserto dancalo. Durante questa spedizione, con la collaborazione dell’operatore Andrea Turri, realizza il documentario di 30 m. ”AFAR, I NOMADI DEL DESERTO DI FUOCO”.
Successivamente tornerà in Etiopia (2004) per visitare e filmare le popolazioni nilotiche della bassa valle del fiume Omo, lungo l’itinerario percorso nel 1896 dall’esploratore italiano Vittorio Bottego, mentre cercava di risolvere l’ultimo mistero idrografico dell’Africa, cioè di scoprire dove nascesse e sfociasse quel fiume, constatando che andava ad alimentare il lago Rodolfo (oggi Turkana).
Da queste esperienze di viaggio trarrà i documentari: "GUERRIERI E VENERI DELLA VALLE DELL'OMO" e "LAGHI E GENTI DELLA RIFT VALLEY".
Nel marzo del 1998 Leigheb ritorna in Irian Jaya tra i Korowai, gli ultimi indigeni che costruiscono le loro abitazioni claniche sugli alberi, ad altezze variabili, tra i sette e i venticinque- trenta metri dal suolo, per difendersi dai nemici, dagli allagamenti, dagli insetti e da altri animali nocivi e dagli spiriti maligni, i temuti “laleo”.
Leigheb gira un documentario di 30 mm. per la televisione italiana (RAI), narrato dal vivo in prima persona sulle condizioni di vita e i problemi di sopravvivenza di questa interessante minoranza etnica della famiglia linguistica “awyu”: “KOROWAI: GLI UOMINI CHE VIVONO SULLE PIANTE”.
In aprile, mentre si trova in Indonesia, visita la comunità di Licin e dintorni, dove vivono gli ultimi raccoglitori di zolfo di Giava orientale, documentandone la vita in impressionanti immagini: contadini che, per poter sopravvivere, si trasformano in minatori e ogni giorno scendono nelle viscere del vulcano Kawah Ijen, rischiando la vita a causa delle esalazioni venefiche di gas e dei getti d’acqua acida, per raccogliere a mani nude centinaia di chili di zolfo, che poi trasportano in cesti di bambù a bilanciere, sino al piccolo cantiere in cui viene pesato e ricompensato con circa 125 rupie al chilogrammo, cioè un'inezia. Il titolo del documentario è: "I DANNATI DELL'INFERNO GIALLO” , girato in Betacam.
Nel novembre dello stesso anno effettua un altro viaggio nel Rajasthan a scopo di conoscenza e documentazione durante la famosa fiera di Pushkar, evento sacro e profano, tra i più importanti dell'India, che ha luogo durante il plenilunio del mese di novembre e attira folle di nomadi e visitatori, con riti religiosi di purificazione e un grande mercato del bestiame, soprattutto dromedari.
Dal 1998 Maurizio Leigheb è iscritto all’A.I.S.E.A, l’Associazione Italiana per le Scienze Etno – Antropologiche.
Nel luglio del 1999, dopo dieci anni dalla sua prima visita, torna in Amazzonia tra i “suoi” Matìs e riscontra il costante “trend” positivo di crescita demografica e di benessere iniziato nei primi anni Novanta. Incontra l’amico Sydney Possuelo, che gli consegna il filmato eccezionale del primo contatto con un gruppo di Korubo, indios ostili e bellicosi verso lo straniero.
Nello stesso anno Leigheb documenta in Nuova Guinea la vita quotidiana di un altro gruppo di Korowai, che edificano le case sugli alberi, di cui l’etnologo filma le fasi della costruzione.
Da allora continua a viaggiare e a realizzare documentari per la televisione, talvolta torna, a distanza di anni, in paesi già visitati, dove, facendo tesoro delle precedenti esperienze, rilegge “con nuovi occhi” la realtà di quei luoghi, approfondisce alcune tematiche culturali e riprende il reportage di viaggio a sfondo antropologico.
Proseguendo il ciclo di lavori su “Popoli e Vulcani” (iniziato coi documentari sui raccoglitori di zolfo di Giava orientale e sui Tengger del vulcano Bromo) in Indonesia gira “IL FIGLIO DI KRAKATOA”, il nuovo cono eruttivo nato nella caldera del precedente vulcano, protagonista della famosa eruzione del 1883, nello Stretto della Sonda (una delle più spaventose a memoria d’uomo), e sulla popolazione Baduy, la più inavvicinabile dell’arcipelago indonesiano.
Attraverso il racconto di vecchi testimoni oculari, racconta il tormentato passato di Santorini, la più bella delle isole greche, colpita da devastanti terremoti (“SANTORINI, L’ISOLA DELLE 400 CHIESE”), rivelando l’autentica dimensione della vita quotidiana, della religiosità popolare e dell’architettura spontanea, testimoniate dall’impressionante numero di monasteri, chiese, chiesette e cappelle votive costruiti sull’isola.
In un altro lavoro descrive la vita della comunità di Nisyros, deliziosa isoletta del Dodecanneso, raccolta intorno ad un vulcano, che ha avuto varie eruzioni freatiche, le vicende umane dell’emigrazione, il fascino e la poesia di quel piccolo microcosmo perso nel Mediterraneo orientale (“NISYROS, UN VULCANO NEL CUORE”).
Rivela l’ambiente di rara e selvaggia bellezza, la curiosa storia del popolamento, la precaria esistenza, l’amore per la musica e la danza ed il carattere passionale degli abitanti di Fogo, isola-vulcano di Capo Verde, protesa verso il cielo col suo nero cono eruttivo che supera i 2800 metri di altitudine (“FOGO, SOTTO IL VULCANO”) e il rischio che corre l’isola di Lanzarote, la più pittoresca e spettacolare delle Canarie, che ospita ben 300 vulcani, presa di mira in tutte le stagioni da migliaia di turisti e ormai preda della speculazione commerciale e edilizia, di trasformarsi da splendida “Riserva della Biosfera” (dichiarata dall’Unesco) in un immenso Luna-Park: ciò che il famoso e lungimirante artista Cesar Manrique, pittore, scultore e grande protettore dell’ambiente dell’isola, paventava. (“LANZAROTE, UN’ISOLA PER 300 VULCANI”, 2009).
Torna in India per documentare arcaiche abitudini di vita, forme d’arte magico-propiziatoria, danze, riti e cerimonie religiose dei popoli tribali (“ADIVASI, TRIBU’ E SCIAMANI DELL’INDIA”) e di altre etnie d’origine sud-mongolica e dravidica, che sopravvivono nelle aree collinari più isolate del sub-continente indiano (“ORISSA, TERRA DEI SENZA NASO”).
Documenta la cultura e le credenze religiose (connesse col ciclo dell’esistenza, delle stagioni e dei lavori agricoli) dei Warli (circa 300.000 individui), sparsi in numerosi villaggi del Maharashtra. La loro religione contempla un pantheon di divinità (il sole, la luna, vari fenomeni naturali, quattro guardiani dell’universo, i guardiani del villaggio) che assumono sembianze umane, interagiscono con gli esseri umani e fanno parte di un universo integrato, comprendente tutti gli esseri animati e inanimati. Nella stagione dei matrimoni le donne warli dipingono sulle pareti interne delle loro capanne originali disegni nuziali, bianchi su fondo rosso mattone, chiamati “ciaukàt”, che rappresentano la loro visione del cosmo e del mondo soprannaturale. Simili a quelli neolitici scoperti nelle grotte dell’India centrale, sarebbero eredi di una tradizione pittografica risalente al 2500-3000 a.C. Matrimoni, pitture e riti connessi, officiati da sacerdotesse e sacerdoti- indovini, maghi e guaritori, hanno uno scopo magico-propiziatorio, volto a rinnovare l’energia e la fertilità di tutti gli esseri viventi. In tempi recenti alcuni artisti warli hanno acquisito fama nazionale e internazionale. (“WARLI: UN MONDO DIPINTO DALLE DONNE”, 2009).
Nel Rajasthan segue, nel loro vagabondare di villaggio in villaggio, sui caratteristici carri a forma di biga, trainati da buoi, i Lohar, fabbri erranti discendenti di una casta di guerrieri e armieri dei sovrani di Chittor, datisi al nomadismo dopo la conquista della famosa città-fortezza da parte dell’esercito del grande imperatore moghul Akbar (“LOHAR, UOMINI LIBERI”).
Fa raccontare dai bardi e cantastorie nomadi del deserto e dai discendenti dei Patwa, i ricchi mercanti di broccati, oro, argento e oppio, la storia di Jaisalmer, la splendida città dorata scolpita nell’arenaria gialla, la perla del deserto del Thar, fiorita all’epoca dei traffici carovanieri sulla “via delle spezie” (“JAISALMER, LA CITTA’ DEI CANTASTORIE”).
Incontra sui monti Nilgiri, un magnifico complesso di rilievi situato all’estremità sud- occidentale dell’India, circondato da foreste, con verdi pascoli, boschi di eucalipti ed estese piantagioni di the, antiche etnie che qui si sono insediate in epoche diverse, mantenendo buoni rapporti di convivenza e quasi simbiosi tra loro e scambiandosi i relativi prodotti economici: i Toda (allevatori di bufali e produttori di latte), i Badàga (agricoltori e commercianti), i Kota (artigiani e musicisti), gli Irula e Kurumba (fornitori di prodotti della foresta). Nonostante gli influssi indù e cristiani, una parte dei Toda e dei Kota conserva elementi delle diverse strutture sociali e credenze religiose, basate sulla separazione tra ciò che è “puro” e “impuro”, con propri templi e pantheon di divinità ancestrali. Vestiti di lunghe tuniche bianche a strisce verticali e motivi decorativi rossi e neri, come antichi Romani, i Toda basano la loro economia, vita sociale e religiosa sull’allevamento ed il culto (altamente ritualizzato) dei bufali e del loro latte, che conservano in speciali templi sacri, col tetto a botte o sormontati da un’alta cupola conica di paglia. (“NILGIRI: LE MONTAGNE BLU’”, 2009)
In due documentari fornisce un ritratto attuale e libero da stereotipi dei Curdi della Turchia orientale, descrivendo le origini, i miti, le testimonianze archeologiche, le abitudini di vita delle città e dei villaggi, le minoranze religiose sopravvissute nella regione, la tragica vicenda umana e civile di questo popolo fiero, perseguitato e diviso. (“VAN, IL LAGO DEL PARADISO” e “LA TERRA TRA I DUE FIUMI”).
Nel ciclo di lavori “Percorsi e Splendori della Civiltà Islamica”, nella penisola arabica, lungo la “via dell’incenso”, va alla scoperta del wadi Hadhramaut, l’imponente canyon scavato da un antico corso d’acqua (ormai asciutto) nell’altopiano desertico dello Yemen meridionale, rimasto a lungo impenetrabile e misterioso per gli Europei. In rare immagini documenta, oltre agli originali esempi di architettura delle città-oasi (gli altissimi palazzi e case-torri di fango), le abitudini di vita e il fervore religioso di quella terra di grandi predicatori e profeti islamici (“HADHRAMAUT, NEL CUORE DELL’ARABIA FELIX”).
Sull’isola di Socotra (appartenente alla Repubblica dello Yemen), un vero paradiso per i botanici, solo recentemente aperto agli stranieri, realizza un documentario sulla vita schiva della popolazione, sulle bellissime specie vegetali endemiche e bellezze naturali: splendide località di mare, spiagge incontaminate e incredibili distese di dune bianche di sabbia (“SOCOTRA, L’EDEN DIMENTICATO”).
Nel Mali affronta il tema dell ’islamizzazione del Continente Nero attraverso una rivisitazione della storia e della civiltà dei Songhai, negri sudanesi discendenti di coloro che nel XV secolo, sotto la dinastia degli Askia, crearono il più grande e potente impero islamizzato dell’Africa occidentale, con capitale Gao, la cui prosperità si basava sul controllo dei traffici transahariani, sul commercio di schiavi, sale, oro, argento e avorio. Un grandioso passato di cui ci parlano antichi e preziosi manoscritti conservati a Timbuctù.
Convertiti alla religione di Maometto fin dal X secolo, i Songhai, come altri neri africani, hanno sviluppato una forma peculiare di islamismo (con credenze e pratiche religiose pre-islamiche, propri eroi, profeti e santi locali, centri religiosi e marabutti) che alcuni studiosi hanno chiamato “Islam Nero” (“SONGHAI, FRATELLI NERI DELL’ISLAM”).
L’affascinante percorso attraverso il passato ed il presente dell’Africa nera islamizzata porta Leigheb nel cuore del continente, dove nacquero i grandi imperi sudanesi: il delta interno del Niger, dove il grande fiume incontra le sabbie del Sahara e da secoli avvengono i contatti e gli scambi commerciali tra le genti “bianche” del nord (Arabi, Mauri, Tuareg) e quelle “nere” africane del sud (Songhai, Bambara, Bozo ecc.) (“NIGER, IL FIUME DELLA VITA”).
Nel 2004 visita l'altopiano sud-occidentale della Bolivia, una delle regioni più elevate e ricche di bellezze naturali del Sud America, realizzando un documentario, oltre che sull'ambiente, sugli aspetti della vita e la deculturazione degli indios Chipaya, discendenti degli Uru, i più antichi abitanti della zona, e sulle ultime carovane di lama che trasportano il sale dal Salar de Uyuni verso le basse terre orientali ("L'ALTOPIANO INCANTATO").
Nelle più famose miniere del paese, nelle città di origine coloniale e nei pueblos affronta il tema della religiosità popolare che fonde le antiche credenze nelle divinità della natura e negli spiriti tutelari col culto dei Santi, della Vergine e di Cristo, d'importazione spagnola ("LA PAURA DEL DIAVOLO E LA PROTEZIONE DEI SANTI").
Tornato in Marocco (tra novembre e dicembre del 2004), realizza un documentario sui Berberi dell’Atlante e delle oasi del sud, che meglio conservano l’originale patrimonio culturale e architettonico di queste popolazioni nordafricane, fatto di edifici e villaggi fortificati, dialetti, arti, mestieri, costumi e antiche credenze e tradizioni.
In realtà essi chiamano se stessi “Imazighen”, ovvero “uomini liberi”, esprimendo in tal modo il loro spirito indipendente e ribelle che ha resistito ad ogni tentativo di assoggettamento e alimentato continui conflitti tra capi e tribù rivali. (“BERBERI, I SIGNORI DELL’ATLANTE”).
Nel deserto libico, uno degli ambienti più suggestivi del Sahara, nel 2005 ambienta la vicenda emblematica di un giovane beduino che dalla capitale Tripoli ritorna verso Ghat, l’oasi in cui è nato. Tanti altri nomadi del deserto come lui hanno dovuto lasciare le loro tende o i loro villaggi per andare a cercare fortuna in città, dove sono diventati autisti di fuoristrada, guide turistiche o agenti di viaggio. Il ritorno alle origini diventa così la metafora della fine di un mondo, del dramma della gente del Sahara, trasformatosi ormai (dopo la fine dei traffici carovanieri) in uno scenario di abbandono e di morte, riempito solo dagli arrivi dei turisti, che ne profanano rumorosamente la meravigliosa solitudine. (“RITORNO ALLE ORIGINI: IL DESERTO CHE MUORE”).
Attraverso le sabbie, le oasi, le genti e le testimonianze storiche e archeologiche del Fezzàn, dove gli antichi abitanti hanno dipinto e inciso sulle pareti rocciose centinaia di animali, memorie della loro esistenza, imprese e riti magico-venatori e guerreschi, va alla scoperta della terra dei Garamanti, il misterioso popolo di coltivatori, pastori e mercanti (da cui probabilmente discendono gli attuali Tuareg) che i Romani non riuscirono mai a sottomettere e che seppe trasformare questa regione desertica, costellata di piccoli laghi azzurri, sprofondati tra dune di sabbia, in una specie di grande giardino. (“NEL GIARDINO DEL SAHARA”).
Invitato a partecipare, come delegato italiano, al “Primo Incontro Internazionale sugli Indios Isolati”, nel novembre dello stesso anno torna a Belem, in Amazzonia, per documentare il clamoroso fallimento dei megaprogetti di sviluppo avviati da vari governi a partire dagli anni ’60. Attraverso immagini e interviste ad autorevoli testimoni di quegli avvenimenti, ne descrive le disastrose conseguenze sull’uomo e l’ambiente, denunciando la strategia economica a reddito immediato sinora adottata, senza rispettare criteri di sviluppo sostenibile. Essa di fatto ha reso praticamente impossibile il sogno di “conquistare” l’Amazzonia. (“AMAZZONIA, IL SOGNO IMPOSSIBILE”).
Spostatosi nel Nordeste, ne presenta i due volti contrastanti (che sono poi le due facce della realtà brasiliana): da un lato le solari bellezze delle coste sabbiose, paradisi tropicali un tempo trascurati ed oggi frequentati tutto l’anno dai turisti; dall’altro le desolate lande dell’interno, del sertao, che la siccità e la fame trasformano in un paesaggio da Giudizio Universale, provocando l’esodo rurale degli abitanti e fenomeni di religiosità popolare intrisi di superstizione e fanatismo. (“NORDESTE, TRA INFERNO E PARADISO”).
Nel 2006 visita il Myanmar (Birmania). Attraverso la storia, i monumenti e momenti salienti dell’esistenza degli abitanti e dei monaci, legati da comuni percorsi di vita e reincarnazione, racconta lo zelo religioso dei sovrani che per due secoli e mezzo (tra il XI e il XIII secolo) trasformarono la zona di Bagàn in un incredibile santuario buddista, costellato di migliaia di templi (“BAGAN, IL MIRACOLO DELLE DUEMILA PAGODE”), e la storia di una pacifica e laboriosa popolazione venuta dal sud, gli Intha, che ha saputo creare su un lago incantato, situato nel centro del paese (il lago Inle), una singolare civiltà sull’acqua (“INTHA, UNA CIVILTA’ SULL’ACQUA”). Rivisitando le antiche città-oasi dell’Uzbekistan (Samarcanda, Bukhara e Khiva), lungo il tratto sogdiano della leggendaria “via della seta”, in quello che fu il “cuore del mondo” asiatico, ne propone i più accattivanti aspetti artistici, culturali, sociali e religiosi, dal favoloso passato all’attualità. (“IL CUORE DEL MONDO: DIARIO UZBEKO").
Nella città di Samarcanda, la capitale ideale voluta da Tamerlano, il grande condottiero tartaro, oggi eroe nazionale, conquistatore di un impero che dall’Asia orientale si estendeva sino alle coste del Mediterraneo (secondo solo a quello di Gengis Khan), rievoca le più emozionanti pagine della storia del paese, dai fasti dell’epoca timuride sino ai nostri giorni, mostrandone anche le trasformazioni sociali ed architettoniche dopo l’indipendenza dall’ex Unione Sovietica. (“SAMARCANDA, LA CAPITALE CELESTE”).
Nel 2008 realizza per la RAI un documentario sulla sua vita e quarant’anni di viaggi nel mondo, per dare una risposta a tante domande sul senso odierno del viaggiare, in un'epoca caratterizzata dall'accelerazione della storia, dal restringimento dello spazio geografico e dalla moltiplicazione di "non luoghi" partoriti dalla globalizzazione. Per far questo, rivisita vari paesi, culture e popolazioni nei vari continenti confrontandosi diacronicamente con le opinioni e gli intendimenti di un altro grande viaggiatore, suo amico e conterraneo, il famoso inviato speciale del Corriere della Sera Ettore Mo. Mentre Leigheb viaggia per conoscere, documentare (e conoscere se stesso) come scelta di vita, Mo viaggia alla ricerca della notizia, di fatti ed eventi d’interesse mediatico. Il primo privilegia le culture e le popolazioni più isolate e tecnologicamente più arretrate, eccezionali sopravvivenze umane, talvolta ancora ignare degli avvenimenti internazionali, considerandole in un più ampio contesto globale; il secondo s’immerge negli avvenimenti del secolo, descrivendo i grandi fatti che sconvolgono o segnano la storia (“VIAGGIATORI DI DUE MONDI”).
Nel 2009 viene incaricato dalla Fondazione Cardinale Federico Borromeo di realizzare, con i suoi collaboratori, un documentario di 40 minuti sul Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, custodito nella Biblioteca Ambrosiana, una delle più importanti istituzioni culturali del mondo, con una collezione di circa un milione di libri, di cui 850.000 antichi, 15.000 manoscritti originali, 3000 incunaboli,più di 12.000 disegni di grandi artisti del passato e altrettante pergamene, e una famosa Pinacoteca con opere di Leonardo, Tiziano, Raffaello, Botticelli, Caravaggio, Luini, Bruegel e tanti altri celebri pittori. Un impegnativo lavoro che, avvalendosi del commento di autorevoli studiosi, ricostruisce la storia, i passaggi di mano, i contenuti e i valori, i sistemi di sfascicolatura, la riscoperta e presentazione al pubblico degli oltre 1000 disegni ed appunti (dedicati alla meccanica, all'ingegneria, all'architettura, alla fisica, alla matematica, alla geometria, all'astronomia, alla botanica, alla zoologia, all'anatomia e alle arti marziali) che costituiscono il Codice Atlantico,la maggiore raccolta di disegni di Leonardo, in un ciclo di 24 rassegne tematiche che si succederanno a rotazione sino al 2015. ("LEONARDO DA VINCI. IL CODICE ATANTICO ALLA BIBLIOTECA AMBROSIANA", 2009)
Nel 2010, torna in Grecia per raccontare la vita tradizionale, le atmosfere e attrazioni storiche, architettoniche, letterarie e turistiche di due splendide isole separate dalla Turchia da un breve tratto di mare: Chio, coi suoi venti borghi fortificati conosciuti come “mastichochoria” (“villaggi della resina mastice”), che formano un complesso difensivo medievale di grande suggestione, e Lesbo (Mitilene), patria di Saffo, la più celebre poetessa lirica dell’antichità, le cui vicende umane e sentimentali sono diventate una leggenda, e di altri famosi poeti e letterati, antichi e moderni. (“CHIO E LESBO, PERLE DELL'EGEO ORIENTALE”).    Nel 2011, in Ecuador, documenta il caso dei 135 nani di Laron, (dal nome dello studioso israeliano che negli anni ‘40 per primo identificò questa forma di nanismo), sparsi tra le cittadine di Pinas, Balsas e dintorni, visitati e filmati in compagnia dell'endocrinologo Dr. Jaime Guevara e del biologo italo-americano Valter Longo (della University of Southern California di Los Angeles), gli scienziati che da anni li stanno studiando. Questi nani hanno una discendenza comune e provengono dal sud della Spagna, sono tutti longevi e non presentano un solo caso di cancro o diabete. Se questo fatto verrà confermato, inibendo il recettore dell'ormone della crescita si potrebbe realizzare in laboratorio un prodotto per fermare il cancro, bloccando il fattore di crescita analogo all'insulina (IGF-1): una scoperta che potrebbe rivelarsi il segreto della longevità.   Nella valle di Vilcabamba, a 1400 metri d’altitudine sulle Ande dell’Ecuador, il Prof. Alexander Leaf trovò una popolazione povera ma sanissima e longeva, praticamente senza malattie, come cancro, diabete, obesità, artrite, osteoporosi e demenza senile. Essa conduceva un’esistenza basata su intensi  rapporti umani, si alimentava con frutta, verdura fresca, cereali integrali, semi, noci, fagioli, latte, uova e pochissima carne, svolgeva una costante attività fisica e aveva grande considerazione della vecchiaia, che festeggiava come un grande evento naturale. La fama di Vilcabamba, “valle dell’eterna giovinezza”, ha attirato studiosi, visitatori, coloni e sette religiose provenienti da tutto il mondo, specialmente dagli Stati Uniti.  Al di là del “mito”, il documentario rivela però  la situazione attuale (“I SEGRETI DELL'ECUADOR: LA SINDROME DI LARON E GLI ULTRACENTENARI DI VILCABAMBA ”).   Da Quito, la seconda capitale più alta del mondo, adagiata in una verdissima valle, circondata da picchi vulcanici (lo straordinario complesso storico di edifici coloniali della città vecchia é stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità), Leigheb va alla scoperta delle popolazioni, dei più famosi mercati delle Ande, dei prodotti artigianali confezionati nei villaggi, dei cibi, dei costumi, delle usanze e tradizioni del paese, attraverso la spettacolare “via dei vulcani”, che percorre l'Ecuador sino a Cuenca, una delle città coloniali più belle e conservate del Sud America, fornendo un affascinante e autentico spaccato del mondo andino. (“GENTI E VULCANI DELL’ECUADOR. ”).        Per i 650 anni della sua Università e i 450 della fondazione dell'Almo Collegio Borromeo, il più antico collegio universitario d'Italia e uno dei più bei palazzi del Cinquecento, realizza un complesso lavoro sulla città di Pavia, le sue antiche chiese, i suoi pregevoli monumenti  e le mostre organizzate (nei sotterranei del Duomo e nel magnifico Salone degli Affreschi del Collegio Borromeo) per celebrare queste ricorrenze. Il lungometraggio, di oltre 40 minuti, comprende: 1) “PAVIA: STORIA E ARTE”; 2) “IL COLLEGIO BORROMEO” e la mostra “I TEMPLI DELLA SAPIENZA”(Carlo e Federico Borromeo dialogano con Leonardo); 3) “LA CATTEDRALE DI PAVIA” e la mostra “I TEMPLI DELLA FEDE” (I  tesori  della  Cattedrale  di  Pavia  e  della Basilica di S. Pietro in Vaticano).     A giugno va in Georgia per visitare lo Svaneti, la regione più affascinante e isolata del Grande Caucaso, e documentarne le bellezze naturali, la singolare architettura e le abitudini di vita degli abitanti. Tra le sue montagne e vallate, sino a un'altitudine di 2000 metri, si susseguono pittoreschi villaggi con oltre 170 alte torri di pietra, costruite, per scopi difensivi, tra il IX e il XIII secolo, e riunite insieme a formare tante piccole San Gimigniano. Nel 1996 il villaggio di Ushguli é stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Questo magnifico e isolato avamposto dell’antica cultura svan, diviso in quattro frazioni, appare al centro di un grandioso anfiteatro naturale, sullo sfondo delle vette innevate del Monte Shkhara, il più alto della Georgia (5068 metri) (“GEORGIA: LA VALLE DELLE TORRI DI PIETRA”). In un altro lavoro di 30', descrive il fascino di Tbilisi, la più bella capitale del Caucaso, adagiata in splendida posizione collinare sulle rive del fiume Mitkvari: la città vecchia, dominata da una possente fortezza, le numerose chiese ortodosse, i negozi pieni di icone e articoli religiosi, i vicoli stretti e tortuosi, le vecchie case con facciate e balconi di legno, i ponti, i grandi viali e la sua invitante atmosfera di antico crocevia eurasiatico. Nei dintorni, l'antica capitale Mtskheta, cuore spirituale del paese, e Gori, la città di Stalin, col suo austero e impressionante mausoleo (“TBILISI, LA REGINA DEL CAUCASO”)). Leigheb appartiene ad una nuova generazione di viaggiatori, documentaristi e scrittori che, dopo i grandi mediatori delle culture straniere, antropologi che non erano mai andati all’estero e scrittori che, come ha scritto Umberto Eco, “stavano via quindici giorni e ci scrivevano su un libro”, vuole andare alla fonte, uno spirito inquieto e curioso che, oltre a documentarsi sul già scritto e già detto, “si scomoda” continuamente per cercare di conoscere il mondo e l’uomo “de visu” e “de facto”, fissando in immagini le sue molte, invidiabili esperienze.”

MAURIZIO LEIGHEB
Breve Curriculum
Nato a Novara nel 1941, è
  1. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte dal 1976
  2. Etnologo, membro dell’Associazione Italiana per le Scienze Etno-Antropologiche (A.I.S.E.A.)
  3. Scrittore, autore di 18 libri di viaggio e d’argomento antropologico pubblicati da note case editrici nazionali (Mondadori, De Agostini, Longanesi, Sugarco ecc.), alcuni dei quali tradotti in diverse lingue, di vari saggi e alcune centinaia di articoli e reportage per varie collane editoriali e importanti periodici e quotidiani italiani e stranieri (tra cui il Corriere Della Sera, La Stampa, Oggi ecc.)
  4. Regista, autore di oltre 100 documentari su vari Paesi, civiltà e culture, realizzati, con l’aiuto di vari collaboratori, per le reti televisive RAI, MEDIASET e SKY, parte dei quali commercializzati in home-video da Rizzoli e Mondadori e trasmessi anche da varie emittenti straniere. E’ titolare delle produzioni televisive “LM “ di Maurizio Leigheb”.
  5. Gran viaggiatore e scopritore di altri universi culturali, da oltre quarant’anni si dedica alla documentazione e allo studio delle civiltà “altre” e dell’interculturalità, mosso da un costante impegno civile in difesa dei diritti umani e delle minoranze etniche.
    Ha visitato a fondo più di 90 Paesi extraeuropei, progettato e diretto decine di spedizioni nei vari continenti, alla ricerca delle popolazioni più isolate e meno conosciute della Terra, diventando protagonista di ricerche e imprese di fama nazionale.
    Nella sola Amazzonia ha compiuto 17 spedizioni tra gli indios, con l’appoggio di istituzioni governative, antropologi e neo-brasiliani esperti della selva, raccogliendo preziosi documenti etnografici in aree protette e documentando il processo di trasformazione in corso nel bacino del Rio delle Amazzoni.
    Nella Nuova Guinea indonesiana ha compiuto altre 17 spedizioni, documentando, in una serie di lavori per la televisione e in un volume illustrato, rimasto unico nel suo genere (Irian Jaya, l’ultima terra ignota. Popoli e culture della Nuova Guinea Indonesiana, Ed. Mondadori, 1995) , con prefazione del grande etologo Irenaus Eibl-Eibesfeldt, allievo ed erede del premio Nobel Konrad Lorenz, le abitudini di vita delle popolazioni degli altipiani e delle foreste pluviali, avvicinate, fotografate e filmate una ad una, talvolta con grandi rischi e difficoltà, diventando in tal modo il maggior conoscitore italiano di quella remota regione, che resta a tutt’oggi la più selvaggia e meno conosciuta del mondo.
    Specializzato in problematiche etnologiche e sociali , ha condiviso con famosi personaggi della ricerca scientifica e della politica indigenista i drammatici conflitti che, in varie parti del mondo, continuano a opporre Noi agli Altri, contribuendo a far conoscere e rispettare la diversità culturale come condizione indispensabile per una pacifica convivenza civile.
    Definito da Maurizio Costanzo “l’ultimo grande esploratore italiano”, è stato ospite di noti talk-show e trasmissioni televisive , in Italia e all’estero, e ha ottenuto vari premi e riconoscimenti anche in campo internazionale.
In ambito locale, nella sua città natale nel 1987 è stato eletto, per meriti culturali, “novarese dell’anno”.
Nel 2008 ha ricevuto il Premio Nazionale “Umberto Barozzi” per la cultura.
Si è fatto promotore di numerose iniziative, come la Mostra ed il Convegno Internazionale sul pittore-etnologo Guido Boggiani (1985), che, a seguito di varie ricerche compiute in Europa e Sud America, ha praticamente riscoperto, dedicandogli tre importanti pubblicazioni (una monografia illustrata edita dalla Regione Piemonte, gli Atti del Convegno editi dalla Banca Popolare di Novara ed il libro “Lo sguardo del viaggiatore” pubblicato dalle Edizioni Interlinea). Con la collaborazione della Fondazione Cariplo per lo Studio sulla Multietnicità (ISMU), ha organizzato per il Rotary Club Val Ticino di Novara, di cui è stato presidente, il convegno “Per un’Europa delle Culture”. Ha fondato con alcuni amici e operatori culturali, il “Centro Novarese di Ricerca e Documentazione Fotografica”, invitando a Novara oltre un centinaio di noti personaggi del mondo della comunicazione, giornalisti, scrittori, scienziati, cineasti e soprattutto fotografi di fama, per parlare della cultura dell’immagine e delle loro esperienze di lavoro e di vita, poi raccolte nella pubblicazione “Dieci anni, cento proposte”. Ha creato il “Laboratorio di Antropologia VisualeGuido Boggiani”, che ha prodotto, col patrocinio della Provincia di Novara e del Museo Nazionale “Luigi Pigorini” di Roma, un video per le scuole sull’illustre viaggiatore-etnologo novarese di cui porta il nome, frutto di nuove scoperte e di viaggi alla fonte, nei luoghi e tra le popolazioni che egli contribuì a farci conoscere. Nel 1996 il Comune e la Provincia di Novara, con la collaborazione dell’Associazione per la Pace, gli hanno dedicato una mostra al Palazzo del Broletto dal titolo: “Maurizio Leigheb: alla scoperta degli altri, in difesa della diversità (Trent’anni di viaggi e ricerche tra le culture indigene della Terra), che è stata visitata da oltre 12.000 persone. Ha fondato il Centro Europeo di Incontro tra le Culture (CEDIC), organizzando, con l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Novara e il contributo della Fondazione della Banca Popolare di Novara per il territorio, due cicli annuali di incontri con illustri docenti universitari e personaggi della cultura dal titolo: “Voci e immagini per un dialogo interculturale” (2006-2007) e “Capirsi per Convivere”(2007-2008). Studioso dei grandi esploratori novaresi del passato, sulla rivista di storia contemporanea "I Sentieri della Conoscenza" diretta dallo storico Angelo Del Boca, ha pubblicato il saggio: "Tra esplorazione, ideologia e scienza. Ugo Ferrandi, Guido Boggiani e Alessandro Faraggiana: tre viaggiatori novaresi a confronto" (dicembre 2010), che propone per la prima volta non solo un illuminante confronto tra le diverse personalità ed esperienze dei tre principali viaggiatori novaresi, ma anche una valutazione aggiornata del loro contributo alla storia delle esplorazioni, del contesto ideologico e del valore scientifico delle loro opere e collezioni. E’ responsabile della Commissione ”Coordinamento e Strategie” del “Comitato dei Saggi per la “Novaresità”, istituito dal Comune di Novara e collabora, come opinionista, col “Corriere di Novara.” Nel 2008 ha realizzato per la Pro Loco e presentato in città, col contributo della Fondazione della Banca Popolare per il territorio, il lungometraggio dal titolo “Novara: un autoritratto”, in cui gli stessi novaresi, dai più illustri e affermati ( come l’ex Presidente Scalfaro, lo scrittore Sebastiano Vassalli, l’architetto Vittorio Gregotti, l’attore Umberto Orsini ecc.) alla gente comune, raccontano se stessi e la loro città: un documento vivo e originale sui valori e i tratti identitari della “novaresità”, ottenendo ampi apprezzamenti e consensi di pubblico.
E' uno dei fondatori del “Comitato d'amore per Casa Bossi”, impegnato, con varie iniziative e proposte (che hanno riscosso crescente partecipazione e consenso popolare, raggiungendo, con oltre 26.000 voti, il secondo posto nella graduatoria nazionale de “I luoghi del cuore” del FAI), a salvare dal degrado e cercare di riportare al suo originale splendore la pregevole dimora ottocentesca progettata da Alessandro Antonelli. Nel 2010-2011 é stato il promotore di una ricerca dal titolo: NARRARE LA CITTA’ (Ed. Interlinea, Novara, 2013) realizzata da un gruppo di lavoro formato da noti docenti dell'Università del Piemonte Orientale e dell'Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (il linguista Giacomo Ferrari, gli antropologi Piercarlo Grimaldi e Davide Porporato, il chimico dell'alimentazione Aldo Martelli, lo statistico Marco Salamon e vari collaboratori), per identificare, per la prima volta, con metodologie scientifiche quantitative e qualitative, ciò che resta dei “TRATTI IDENTITARI, LINGUISTICI E DELLA TRADIZIONE DEL NOVARESE” (sottotitolo dell'indagine e della relativa pubblicazione). Questa iniziativa, intesa a fornire una lettura aggiornata e scientifica della cosiddetta “novaresità”, voluta dal Comune di Novara e dall'Associazione “NovareSì per” (che riunisce i cittadini eletti “novaresi dell'anno”), é stata presentata da Carlin Petrini e da Luigi Lombardi Satriani e finanziata dalla Fondazione della Banca Popolare di Novara, dalla Fondazione Cariplo e dalla Fondazione della Comunità del Novarese Onlus. Di recente Leigheb ha proposto, con la consulenza di qualificati studiosi e storici novaresi (che saranno autori di gran parte dei testi), la pubblicazione di 50 monografie illustrate sui più illustri personaggi che, nelle varie epoche, discipline ed attività, hanno contribuito a fare la storia di Novara. Abbinate al “Corriere di Novara”, queste monografie raccolte nella collana dal titolo NOVARESI NELLA STORIA”, costituiscono un inedito florilegio storico.